Che cos’è la flessibilità?

La parola “flessibilità” deriva dal latino “flèxus”, participio passato di flectère, ovvero piegare, che si lascia piegare più o meno facilmente fino a un certo punto senza rompersi.

Dunque per “flessibilità” si intende la proprietà o la caratteristica di un corpo di adattarsi attraverso la variazione della forma a situazioni che cambiano e/o a stimoli meccanici. Applicare tale concetto al corpo umano non è così semplice. Nel 1900 un disegnatore statunitense, Hogart B., autore di un testo di anatomia funzionale per artisti, scrisse: “La massa del tronco è la forma composta centrale alla quale si collegano tutte le altre forme della figura.

Qualunque movimento della parte alta o bassa del tronco sposterà immediatamente le forme secondarie (gambe, braccia e testa) dalle precedenti posizioni per collocarle in un nuovo reciproco rapporto. Il più insignificante movimento della gabbia toracica (barile) produce un immediato dislo-camento delle braccia e della testa, mentre lo spostamento del bacino (cuneo) impone un riposizio-namento generale di tutte le forme del corpo”.

Se descriviamo il corpo nella sua totalità come forma circoscritta in un punto di vista anatomico, potremmo abbinarlo ad una visione sovrapponibile ad un edificio fatto di mattoni, in cui, ad ogni piano, corrisponde un volume diverso, il tutto allineato lungo l’asse di gravità e mantenuto insieme da un rapporto di crescente compressione.

Basti pensare agli adattamenti morfologici delle vertebre, le quali aumentano le loro dimensioni in senso cranio-caudale, man mano che dunque aumenta il peso da sorreggere. Ma il corpo umano può davvero essere paragonato ad un edificio di mattoni? Non possiamo paragonarlo ad una struttura così impilata, perché devono essere concessi gradi di libertà per compiere un qualsiasi movimento.

Qualche riferimento scientifico

Andorlini lo assimilerà infatti alla cupola geodetica, una tensostruttura, progettata da Buckminster: “la forma di riparo più leggera, forte ed efficiente mai messa a punto”. In questo “modello” è la tensione che sostiene la struttura, anziché la compres-sione. Se il modello di riferimento è la cupola geodetica, il corpo diventa una struttura tensile auto-portante che si muove grazie ad una reazione a catena. La reazione a catena è l’espressione cinematica dell’attivazione di una catena muscolare o miofa-sciale. La catena può essere definita come chiusa o aperta a seconda del tipo di resistenza applicata agli estremi della catena stessa.

Usiamo la catena aperta per muovere, mentre per muoverci usiamo quella chiusa. Il termine flessibilità racchiude in sé molti fattori: per “flessibilità” trattiamo di una funzione del corpo e come tale della capacità del corpo di relazionarsi con le persone e con le cose, proiettando i propri movimenti verso sé stessi o l’esterno.

Ha fondamento intendere la flessibilità come qualità fisica?

Secondo V.M. Zaciorskij la flessibilità articolare fa parte delle qualità fisiche dello sportivo. Di fatto, la flessibilità viene inserita nelle capacità motorie.

Le capacità motorie sono riunite in due gruppi: 

  • Capacità coordinative: equilibrio, senso ritmico, tempismo motorio, prontezza (capacità di rea-zione motoria)
  • Capacità condizionali: forza, rapidità, resistenza. La flessibilità si inserisce in particolare nelle capacità condizionali, come qualità fisica di eseguire movimenti di grande ampiezza o di escursione articolare.

Dunque, l’obiettivo della flessibilità è l’ampiezza del movimento. Essa viene generalmente espressa in gradi angolari, ma nella pratica ci si serve spesso di misure meno appropriate: si è in grado di compiere un determinato gesto motorio o meno.

Possiamo distinguere una:

  • Flessibilità attiva: capacità di conseguire grandi ampiezze di movimento, in un’articolazione qualsiasi, grazie all’apporto dei muscoli in seno all’articolazione presa in riferimento (per esempio, slancio di una gamba da posizione eretta, ecc.);
  • Flessibilità passiva: capacità che si esprime con la più grande ampiezza raggiunta grazie all’effetto di forze esterne (per esempio, spaccata frontale in vincolo alla spalliera, ecc.).

I valori della flessibilità attiva sono inferiori a quelli della flessibilità passiva.

Da cosa dipende la flessibilità?

La flessibilità dipende dall’elasticità (cedevolezza) dei muscoli e dei legamenti. L’elasticità è defini-bile come la capacità dei corpi, che subiscono una deformazione, per effetto di una sollecitazione esterna, di riprendere, almeno parzialmente la forma e il volume iniziale, al cessare della sollecita-zione stessa.

Possiamo dunque parlare di un “continuum elastico” ossia un modello ideale assimila-bile come una molla. Ad un estremo vi sarà il vincolo, di comportamento anelastico dato da un’eccessiva rigidità del sistema (definita come “stiffness”), e dall’altro una porzione libera, data da un comportamento totalmente anelastico causato da un’eccessiva deformabilità del sistema stesso (definita come “compliance”).

Il comportamento elastico si troverà in una posizione centrale del continuum, in cui ritroveremo un ottimale compromesso tra la deformabilità e la rigidità del materiale considerato. L’elasticità ideale di un complesso biologico come l’unità muscolo-tendinea, implica una compliance tale da permettere un ottimale accumulo di energia elastica durante la fase eccentrica del movimento ed una stiffness che consenta un’efficace e rapida riconversione di quest’ultima in lavoro meccanico durante la fase concentrica, minimizzando l’effetto di termo dispersione.

Tale modello è esaustivo per descrivere le proprietà elastiche dei muscoli? Non del tutto, poiché tali proprietà possono modificarsi considerevolmente sotto il controllo del S.N.C. (sistema nervoso centrale).

Ad esempio, se ne può apprezzare una modificazione a causa dell’eccitazione emotiva durante le gare, in tal caso la flessibilità aumenta.

È importante il mantenimento di un buon livello di flessibilità?

Risulta necessario e utile, non solo ai fini della prestazione sportiva, ma anche come prevenzione degli infortuni. La finalità di un programma di stretching è di aumentare o mantenere inalterata la capacità di escursione articolare di una data articolazione, agendo sulle strutture muscolo tendinee, responsabili del movimento che si produce.

Info sull'autore

Mario Chiarello

Mario Chiarello

Nato e cresciuto nel sud dell'Italia, sono un appassionato studente di medicina. Frequento la Scuola di Medicina e Chirurgia presso l’università degli studi di Napoli “Federico II”.
Ho coltivato la passione per lo sport, tramite cui ho appreso tolleranza, lealtà e rispetto reciproco, formandomi a Rimini come tecnico sportivo FIPE di II livello.
Il mio progetto di vita è vivere in Australia, realizzandomi come neurochirurgo.

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